sabato 18 aprile 2015

RIUNIFICAZIONE DELLA COSMOLOGIA SCIENTIFICA E RELIGIOSA



Facciamo dapprima un accenno alla cosmologia religiosa nelle sue varie forme, nate da luoghi e tradizioni diverse, scritte nei rispettivi libri sacri.
Per i Caldei il diluvio di acqua e di fuoco giunge allorché piace a Dio creare un nuovo Mondo migliore dell’antico.
Gli Egizi ritenevano che all’inizio questo universo non esistesse affatto, non c’era cielo, non c’era terra, non c’era spazio etereo. Esso, poiché non esisteva, si propose: “voglio essere”. E si riscaldò internamente.
I nativi americani, gli Zuni, raccontano che prima dell’inizio della nuova creazione, il Creatore e Contenitore del Tutto e Padre di Tutti i Padri se ne stava solo. Non c’era null’altro nel grande spazio delle ere, solo profonda oscurità e vuoto. Awonawilona concepì Se stesso e il suo pensiero si proiettò fuori dello spazio. Grazie alla sua innata conoscenza si fece persona e forma del Sole, che noi sentiamo essere nostro padre; questa apparizione creò la luce che illuminò lo spazio.
Per gli Induisti, all’inizio vi era Quello, fatto di tenebre, indistinto, senza caratteristiche, inconoscibile e come totalmente assopito. Apparve allora il Signore Svaysbhu l’Autonomo, Colui che non evolve e fa evolvere la totalità di Quello, a partire dagli elementi ordinari. Egli meditò di creare ogni genere di creatura. In principio creò le acque, poi pose in esse il suo seme. E divenne un Uovo d’Oro, rivestito dallo splendore di mille raggi, e in questo Uovo nacque da se stesso Brahma, l’antenato di tutti i mondi.
I “Veda”,considerano il ciclo completo del Mondo, che si chiama “para” uguale a 100 anni di Brahma, cioè 31.040 miliardi di anni mortali. Poi divampa l’incendio universale che distrugge completamente l’uovo cosmico e quindi ripercorre all’infinito le fasi di nascita, decadenza e dissoluzione. L’universo è visto come un enorme uovo collocato nel ventre di una divinità, Visnu da dove usciva un universo in forma di bolla che poco dopo scoppiava come un grande sfera cosmica che ciclicamente si riforma.
Personificazione del supremo Brahma, è il creatore dell’universo e membro, insieme a Shiva e Vishnu, della Trimurti indù.
Il Zoroastrismo nell’ “Avesta” scrive che il tempo è soggetto ai cicli cosmici del fatale ritorno.
I Greci affermavano che la vita dell’universo intero è ciclica, per cui si riprodurrà anche in avvenire necessariamente e indefinitamente. Prima sorse il vuoto Caos, poi Gea dal rigoglioso seno. Dal Caos discendono Erebo, il buio senza luce, e Nyx, la notte, che unitasi a Erebo, partorì Etere, la luce del cielo, ed Emera, il giorno. Gea invece partorì Urano, il cielo stellato, e da lui venne abbracciata e fecondata e partorì Ponto, il mare, e le infinite creature viventi che nascondeva nelle sue cavità.
Il Taoismo dice: il Tao generò l’Uno, l’Uno generò il Due, il Due generò il Tre, e il Tre generò le Diecimila Creature. L’Essere è generato dal Non Essere. Il cielo e la terra e le Diecimila Creature sono generate dall’Essere.
Il Buddismo toglie ogni forma di tempo e spazio e la creazione è presente ad ogni istante, poiché è l’attimo l’unica realtà. Dal “Bardo” leggiamo: questo tuo intelletto, che è identità di luce e di vuoto, risiede in una gran massa luminosa, non nasce e non muore.
Il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam fanno riferimento alla Bibbia, nella quale è descritta la creazione, da noi tutti ben conosciuta. E’ importante far rilevare come Sant’Agostino affermi che un cristiano non può ammettere che il Figlio di Dio si incarni più volte, che Gesù Cristo debba, di nuovo, soffrire e morire. Vale quindi il racconto della Genesi, i Salmi e la teologia fino alla Scolastica. Essa si può riassumere così: Dio ha creato il mondo ex nihilo, dal nulla, e Dio conserva gli esseri già creati.
Diamo ora un accenno alla cosmologia dal punto di vista della scienza.
La visione cosmologica si può proiettare come un film a ritroso: le dimensioni dell’universo diminuiscono sempre più, mentre crescono densità e temperatura. Finché giunti, dopo circa 15 miliardi di anni, alla fine del film e quindi all’inizio della storia cosmica, tutta la materia e tutta l’energia si ritrovano concentrati in un punto in cui la curvatura spazio tempo, la densità e la temperatura raggiungono valori infiniti. Dall’esplosione di quel punto, da quel Big Bang, inizia la storia dell’universo, la formazione degli atomi, dei gas, delle galassie, delle stelle, dei pianeti. L’universo che noi conosciamo è formato di stelle, galassie, materia oscura interstellare, buchi neri, per il 30% circa, il restante 70% è totalmente sconosciuto.
Pur essendo l’universo un vero mistero, si cerca di formulare varie teorie di formazione, conservazione e termine, in base alla quantità della massa.
L’universo poi, sempre in relazione alla sua massa e alla velocità di fuga, potrebbe:
a) espandersi all’infinito, b) rimanere costante nel tempo, c ) collassare su se stesso.
Nascono quindi le varie teorie, come la relatività generale e la meccanica quantistica; la presenza di due teorie diverse, indipendenti e inconciliabili, in realtà contrasta con l’idea della profonda unità del mondo. Di qui l’impegno di Einstein nella ricerca di una grande teoria unificatrice.
All’ambizioso progetto di una “teoria del tutto” Einstein dedicò gli ultimi decenni della sua vita, concentrandosi sulla unificazione delle forze gravitazionali ed elettromagnetiche. Questo è un problema che ha affascinato e frustrato sia Einstein che generazioni intere di fisici teorici dopo di lui. Il problema è di applicare ad entrambe le forze le leggi della meccanica quantistica.
Ed ecco, come d’incanto, nascere la teoria quantistica delle “stringhe” proprio da un fisico teorico italiano di rinomanza internazionale: Gabriele Veneziano nato a Firenze nel 1942.
In questa teoria delle stringhe ogni tipo di particella elementare non è altro che un modo di vibrare di una cordicella elastica, “stringa” appunto, (ogni nota di violino, una differente particella) che obbedisce alle leggi della relatività e della meccanica quantistica. L’universo del modello “Veneziano” nasce in un istante qualsiasi del tempo e morirà in un momento qualsiasi di questo tempo eterno del vuoto.
La cosa quasi miracolosa è che questa teoria predice sia l’esistenza del fotone (il “quanto” del campo elettromagnetico), sia quella del gravitone (il “quanto” del campo gravitazionale) e, in questo modo, ci fornisce una teoria quantistica e unificata delle due forze, proprio ciò che Einstein sognava: l’unificazione delle forze fondamentali della natura. Questo sembra ora realizzato dal nostro fisico Gabriele Veneziano, secondo il quale viviamo in un universo le cui unità non sono particelle puntiformi, ma minuscole stringhe (vibrazioni). Forse il nuovo Einstein ricondurrà a unità l’intera fisica. Prima del Big Bang, dice Veneziano, esisteva un mare in bonaccia: il vuoto quantistico. Piccole onde di energia lo incresparono fino a generare grande energia ed ecco apparire il nostro universo che si calmerà nuovamente fino a morire.
Impressionante la somiglianza con la visione cosmica indiana che considera l’universo un respiro di Brahma.
E’ una grandiosa rivoluzione, perché elimina la collocazione spazio-temporale dell’uomo all’interno della vicenda cosmica, situandolo in un punto qualsiasi dell’eternità.
Ritorniamo così all’intima armonia della natura, alla profonda unità della realtà cosmica sognata da Einstein.
Ora affrontiamo una comparazione tra scienza e religione per arrivare ad una unificazione omnicomprensiva delle due diverse visioni cosmologiche.
Ci vuole un bel coraggio di questi tempi a prendere di petto la questione dei rapporti tra religioni e scienza moderna, passando da un universo mentale all’altro.
Bisogna chiedersi prima di tutto se le domande che sono al fondo di qualsiasi credo, come l’esistenza di Dio per le religioni, e le domande sulla nascita e l’eventuale fine dell’Universo per le scienze, siano differenti o se si tratti della stessa domanda vista con concetti culturali diversi.
Nella nuova fisica trovano posto concetti come quello del ruolo della coscienza dell’osservatore nella determinazione del risultato dell’osservazione, la “non località “ delle particelle subatomiche, che renderebbero obsoleta la visione di una realtà costituita di sistemi separati e localizzati. Spesso la scienza ha preceduto la scoperta sperimentale di leggi del mondo fisico, come se già contenesse al suo interno il “progetto del mondo”. La realtà ultima, insomma quella verità che da millenni l’umanità insegue e che le religioni storiche rivendicano ognuna per sé, è fondata nella coscienza. Sembra, infatti, che il senso scientifico sia originariamente possibile solo all’interno della coscienza stessa. Ogni scoperta scientifica è una intuizione che solo in un secondo tempo viene inquadrata nella logica.
Tale coscienza è condizionata da presupposti di formazione culturale che rendono possibile la comunicazione con quella realtà immaginata. Si costituisce così un circolo tra la sfera della coscienza e ciò che accade.
Cosa rimane del bagaglio di verità rivelate, di intuizioni mistiche, di dogmi, riti, passioni, speranze che costituiscono il terreno in cui affonda le radici il tuttora vigoroso albero delle religioni?
Già nel 1908 il matematico Hermann Minkowski intuiva che “lo spazio per sé e il tempo per sé non sono che ombre”.
Sono oggetti nei quali lo spirito riconosce semplicemente se stesso.
Erwin Schroedinger (Vienna 1887-1961) uno dei padri della meccanica quantistica rimase un ammiratore della filosofia induista del Vedanta, che riduce sia l’universo che le coscienze individuali ad un’unica coscienza cosmica, incarnando una sostanziale unità della cultura in tutte le sue manifestazioni, dalla meccanica quantistica alla cosmologia, dalla scienza alla filosofia e alla poesia, dal pensiero occidentale alla saggezza orientale, non più due culture che si possono considerare mozze, ma “la Cultura”.
Da diversi anni stiamo assistendo ad un fenomeno culturale apparentemente contraddittorio: da un lato la diffusione straordinaria del sapere scientifico, dall’altro la diffusione di vecchi e nuovi movimenti religiosi. L’apparente contraddizione è dovuta ad un luogo comune fortemente radicato nell’opinione corrente, secondo cui il mondo della scienza e il mondo della religione sono fra loro inconciliabili; carattere ambiguo della modernità. Non sono due mondi contrapposti, ma piuttosto due facce della stessa medaglia. La medaglia è l’esigenza profonda che alberga in ogni uomo di dare un senso alla propria esistenza interrogando il creato naturale per carpire il Vero.
Da cosa trae origine la concezione della nascita del cosmo? Dallo sforzo di dare un senso alla propria esistenza e al proprio destino. Ma non c’è nessuna giustificazione per l’esistenza del mondo. In realtà le motivazioni, siano esse filosofiche, mitiche, scientifiche o teologiche, sono solo modi per esprimere l’arcano della nostra esistenza. Ciò ci inquieta perché riteniamo che debba esserci una ragione per il nostro essere ed ecco che nasce una fede cieca nella scienza e nella religione per trovare una risposta.
La stessa presenza di un Dio non risolve il problema, ma Dio chi lo ha fatto? La risposta non c’è, l’unica verità resta il mistero, l’unica energia omnicomprensiva, riunificatrice della cosmologia religiosa e scientifica.

http://www.duepassinelmistero.com/cosmologia.htm

Stiamo andando verso la catastrofe?






Senza fare dell’inutile allarmismo cito solo alcune piccole “informazioni” di intolleranza nei nostri confronti che la terra (e il nostro sistema solare) ci sta dando, ognuno di voi creda quello che vuole ma c’è stato un incremento del 410% nel numero totale di catastrofi naturali sulla Terra tra il 1963 e il 1993 (Dmitriev 1997)
un incremento del 400% nel numero dei terremoti sulla Terra (oltre il 2.5 della scala Richter) dal 1973 (Mandeville 1998)
un incremento del  500% dell’attività vulcanica sulla Terra tra il 1875 e il 1993 (Mandeville 2000)
9 su 21 dei più violenti terremoti dal 856 al 1999 avvennero nel secolo 20.mo (Centro Russo di informazione sui terremoti, 1999)
incremento del 230% della forza del campo magnetico del Sole dal 1901 (Lockwood, 1998)
incremento del 300% dell’attività solare violenta che era stata prevista per il solo anno 1997 (NASA 1998).
incremento del  400% o maggiore nella velocità con cui le emissioni di particelle solari sono capaci di viaggiare attraverso l’energia dello spazio interplanetario (NASA 1997-2001)
recenti spostamenti del polo magnetico di Urano e Nettuno, poiché il Voyager 2 osservò come i loro assi magnetici erano significativamente deviati dai loro assi di rotazione. (Dmitriev 1997)
visibili incrementi di lucentezza sono stati scoperti ora su Saturno (Dmitriev 1997)
incrementi del 200% nell’intensità del campo magnetico di Giove tra il 1992 e il 1997 (Dmitriev 1997)
incremento del 200% della densità conosciuta dell’atmosfera di Marte incontrata dal satellite Mars Surveyor nel 1997 (NASA 1997)
Notevole scioglimento delle calotte di ghiaccio di Marte nel giro di un solo anno, come osservato chiaramente dalla fotografia dei satelliti (NASA 2001)
importanti cambiamenti fisici, chimici e ottici su Venere, incluso un decremento forte dei gas contenenti zolfo nella sua atmosfera e un incremento di luminosità (Dmitriev 1997).

Per chi volesse fare mutui trentennali per comprarsi il villone o la bavca da tventa metvi, o pianificare la costruzione di castelli nella Loira o nella Camargue basta recarsi nella Banca del sangue più vicina e fingersi nipote di mubarak o parente di qualche politico (di destra o di sinistra), magari per questi pretenziosi individui c’è in riserbo qualche navetta spaziale che porta verso lidi più sicuri…

Considerazione sulle due forze antagoniste maggiori nella cultura giudeo cristiana - Un'altra forma di prigionia?

 



Analizzando i due nomi di queste “emanazioni” di Dio possiamo subito notare come esprimano in nuce le funzioni che sono destinati a compiere.

Secondo Wikipedia Il termine greco antico Anghelos (messaggero) è riferito al dio Hermes considerato il messaggero degli Dei. Identica funzione viene attribuita ad Iride sia nell'Iliade che negli Inni omerici, così in Platone, nel Cratilo (407e-408b) queste due divinità vengono indicate come ángheloi degli Dei. Allo stesso modo viene indicata Artemide-Ecate (Sofrone- Scoli a Teocrito, II,12) alludendo ai suoi rapporti con il mondo dei morti (Inferi).
In Talete, come in Eraclito, il mondo è pieno di dèi vale a dire di angeli.
Per i pitagorici i sogni erano inviati agli uomini dai geni.
Anche Democrito parlò di geni abitanti nello spazio.
Platone, in particolare nel Convivio, menzionò dei dáimōn che, come ministri di Dio, sono vicini agli uomini per ben ispirarli.
Da notare questa prima antitesi concettuale filologica, Daimon – Demone, nella cultura cristiana cattolica  era considerato alla stregua del Diabolos ovvero “il divisore”, mentre Con Filone di Alessandria (20 a.C. ca–50 d.C.), filosofo e teologo di cultura ebraica ed ellenistica, l'ánghelos greco si incrocia con il mal'akh della Bibbia  e diviene, nella sua spiegazione esegetico-allegorica della stessa Bibbia, il nesso fra il mondo sensibile e quello del Dio trascendente unitamente alle idee, alla sapienza e al pneuma. Questo nesso si rende necessario nella teologia di Filone in quanto il Dio trascendente non potrebbe avere un rapporto diretto con il mondo sensibile per via del male in esso contenuto.
A partire dal II-IV secolo, la teologia neoplatonica utilizzerà la figura dell'ánghelos, inserita nella processione dall'Uno unitamente ai Dèmoni e agli Eroi, seguendo l'ordine gerarchico di: Dei, Arcangeli, Angeli, Demoni ed Eroi.
Porfirio sosteneva che sono gli angeli a portare a Dio le nostre invocazioni difendendoci dai dèmoni malvagi.
Giamblico elaborò una gerarchia del mondo celeste sostenendo che gli angeli innalzano l'uomo dal mondo materiale mentre i demoni li spingono a immergervisi, gli arcangeli accompagnano le loro anime nel cielo e gli eroi si occupano del mondo. E la loro visione è ben differente:
« E le apparizioni degli dèi sono belle a vedersi, perché brillano, quelle degli arcangeli solenni e calme, più miti quelle degli angeli, quelle dei demoni terribili. Quelle degli eroi [...] sono senz'altro più miti di quelle dei demoni, quelle degli arconti ti fanno sbigottire, se essi esercitano il loro potere sul mondo, mentre sono dannose e dolorose a vedersi, se essi sono nella materia; quelle delle anime, infine, assomigliano per qualcosa a quelle degli eroi, ma sono più deboli. »
nella tradizione ebraica Il termine "angelo" è usato anche per l'ebraico biblico מלאך, mal'akh, sempre con il significato di "inviato", "messaggero"; anche per אביר, avir (lett. "potente" o anche "uomo forte, valoroso" nel Salmo 78,25); per א*להים, 'ělōhîm (sost. masch. pl.; lett. "le Divinità" nel Salmo 8,5); e per שִׁנְאָן shin'an (moltitudini) nel Salmo 68,17.
Il Giudaismo eredita dalla tradizione mesopotamica alcuni termini come Karibu, reso in ebraico come Kerub (כְּרוּב). Ma nel monoteismo biblico Kerub (da notare che posseggono le stesse lettere di KoRiBanti) non è una divinità a cui essere devoti, quanto piuttosto un sottoposto dell'unico Dio onnipotente indicato come Jhwh.
Scacciato l'uomo, colloco a oriente del giardino di 'Éden i Cherubini che roteavano la spada fiammeggiante, per custodire la via che portava all'albero della vita, possiamo notare la funzione di Guardiani di una Soglia che non tutti gli uomini p

Creazione degli angeli

Dio creò gli angeli con un fuoco divoratore tramite la parola. Vi è una discussione Halakhica che presenta due opinioni sul giorno della creazione degli angeli, se essa sia avvenuta nel secondo o nel quinto giorno della Creazione: i maestri ebrei confermano come vera la prima opinione.
Ci si chiede infatti se sia possibile che gli angeli siano stati creati prima della creazione del Creato spiegando poi che così non fu anche per evitare che si dicesse che fossero stati loro ad effettuarla. Inoltre i commenti affermano che le espressioni di Dio in prima persona plurale "Creiamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza" e "ora l'uomo è diventato come uno di noi" (Genesi, Bereshit) si riferiscono alla parola della volontà divina rivolta agli angeli.

Nel periodo talmudico si sviluppa l'esegesi rabbinica rispetto alla natura degli angeli. Una prima suddivisione avviene nella credenza negli "angeli" creati per un solo giorno a gloria di Dio, per poi finire nella "corrente di fuoco" (נהר די נור, nehar di-nur), e quelli che, come Gabriele e Michele, gli restano accanto per servirlo nell'eternità.
Così Ben Azzai cita l'esistenza di questi due ordini angelici come credenza diffusa e accettata. D'altronde le fonti dei Tannaim, come la Mishnah, raramente si occupano degli angeli e comunque sostengono la loro incapacità di vedere pienamente la gloria di Dio.
Secondo i successivi insegnamenti dello Zohar le due tipologie di angeli, gli angeli eterni creati nei primi sei giorni della Creazione e quelli non duraturi che possono essere creati e cancellati in un solo giorno, possono essere paragonate ai due tipi di pioggia: il primo caso può essere paragonato alla pioggia piena ed ancora ai fili d'erba maturi, il secondo riguarda metaforicamente la pioggia leggera che concerne i fili d'erba appena creati.
Gli angeli, secondo le prime fonti rabbiniche, parlano la lingua ebraica, hanno la capacità di volare, sono in grado di spostarsi ovunque nonché di prevedere il futuro.
Gli angeli sono generalmente descritti di forma umana o come composti di "acqua e fuoco"; per questa peculiarità si dice che gli angeli rappresentano e sono radicati nella pace, proprio come vi è pace in essi nell'equilibrio tra gli elementi opposti acqua e fuoco.
Io li vedo anche connettersi concettualmente, alla luce delle leggi della Termodinamica, alla Sintropia infatti:
Sintropia = vita, amore, natura, evoluzione, benessere e armonia, La sintropia nasce da relazioni effetto->causa. Il principio di sintropia o di tendenza all’ordine: L’informazione-coscienza ha la tendenza a generare coerenza, ordine e unità. Come si può notare queste caratteristiche sembrano richiamare quelle caratteristiche Emanazionali-Creative che Dio stesso in qualità di Creatore, possiede.
Ritengo non sia azzardato collegare le caratteristiche degli Angeli alle caratteristiche delle Leggi Sintropiche latori della Emanazione che organizza il Caos, a partire dalla Creazione per finire nelle vicende umane che si svolgono partendo dai sentimenti.
Ma altre “emanazioni” che intervengono al pari degli Angeli sono i Demoni! Ancora prima che la teologia cattolica li ricoprisse di malignità, successivamente, l'uso anche negativo, diede al vocabolario cristiano il termine per designare lo spirito maligno.
Il Dèmone (dal greco antico δαίμων, dáimōn, «essere divino») è, nella cultura religiosa e nella filosofia greca, un essere che si pone a metà strada fra ciò che è Divino e ciò che è umano, con la funzione di intermediare tra queste due dimensioni.
Nella religione orfica il Dèmone è l'essenza stessa dell'anima, imprigionata nel corpo per una colpa compiuta e da cui cerca di liberarsi.
Socrate riferisce di un dàimon o spirito-guida che lo assiste spesso in ogni sua decisione. Con questo termine, secondo Paolo De Bernardi, egli sembra indicare l'autentica natura dell'anima umana, la sua ritrovata coscienza di sé.Mentre per Gregory Vlastos il dáimōn invia i suoi segni al fine di stimolare la ragione di Socrate a fare la scelta più adatta. Giovanni Reale seguendo Vlastos ritiene che il dáimōn in Socrate esprima il sommo grado dell'ironia socratica anche nella dimensione religiosa
Secondo la testimonianza di Platone, che attribuirà all'anima un'origine divina, essendo stata donata all'uomo da Dio, in Socrate si tratta di una presenza che si fa avvertire non per indurlo a compiere certe azioni, ma solo per distoglierlo:« C'è dentro di me non so che spirito divino e demoniaco; quello appunto di cui anche Meleto, scherzandoci sopra, scrisse nell'atto di accusa. Ed è come una voce che io ho dentro sin da fanciullo; la quale, ogni volta che mi si fa sentire, sempre mi dissuade da qualcosa che sto per compiere, e non mi fa mai proposte. (Apologia di Socrate, 31 d)
In Platone il dèmone Eros, figlio di Penia e di Poros, è quella forza demonica che consente all'uomo di elevarsi verso il sovrasensibile.
Così nel Simposio di Platone viene narrato l'insegnamento su Eros impartito da Diotima a Socrate « Eros è un gran Dèmone, o Socrate: infatti tutto ciò che è demonico è intermedio fra Dio e mortale. Ha il potere di interpretare e di portare agli Dèi le cose che vengono dagli uomini e agli uomini le cose che vengono dagli Dèi: degli uomini le preghiere e i sacrifici, degli Dèi, invece, i comandi e le ricompense dei sacrifici. E stando in mezzo fra gli uni e gli altri, opera un completamento, in modo che il tutto sia ben collegato con sé medesimo. »
(Platone, Simposio 202, D-E)
Con Senocrate viene analizzata la figura del Dèmone  ripresa dall'opera di Platone. I Dèmoni per Senocrate sono sempre essere intermediari tra gli uomini e gli Dèi, sono più potenti degli uomini ma meno degli Dèi. A differenza di questi ultimi che sono sempre buoni, tra i Dèmoni ve ne sono anche di cattivi. Quando gli antichi miti narrano di Dèi in lotta fra loro coinvolti in passioni umane, questi, per Senocrate, parlano di Dèmoni non di Dèi. I Dèmoni hanno un posto di rilievo sia negli atti cultuali sia negli oracoli. I Dèmoni infine corrispondono ad anime umane liberate dai corpi dopo la morte, permanendo in loro il conflitto tra bene e male, essi lo trasferiscono dalla Terra al mondo celeste.
Anche gli Stoici sostengono l'esistenza dei Dèmoni come di esseri che vigilano sugli uomini condividendone i sentimenti. Così Diogene Laerzio:
 « Gli stoici dicono, poi, che esistono anche alcuni Dèmoni che hanno simpatia per gli uomini, che vigilano sulle cose umane, e anche che esistono eroi, ossia le anime sopravvissute dei virtuosi. »
(Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei più celebri filosofi Libro VII, 151)
Marco Aurelio indica come Dèmone l'anima intellettiva che va curata e privata di turbamenti:
« Inoltre rimane la cura di non insozzare il Dèmone che ha preso dimora nel nostro petto, la cura di non turbarlo con impressioni confuse e molteplici; di mantenerlo sereno e benigno, tributandogli rituale e onore come a un Dio; e non dire nulla che sia contrario al vero;Non far nulla contro giustizia. »
(Marco Aurelio, Colloqui con se stesso Libro III, 16)
Con il Medioplatonismo la figura del Dèmone si connota in modo sempre più articolato e viene inserito come terzo aspetto della gerarchia del divino dopo il Dio supremo e gli Dèi secondari. Così Plutarco:
« Platone, Pitagora, Senocrate, Crisippo, seguaci dei primitivi scrittori di cose sacre, affermano che i Dèmoni sono dotati di forza sovrumana, anzi sorpassano di molto per estensione di potenza la nostra natura, ma non posseggono, per altro, l'elemento divino puro e incontaminato, bensì partecipe, a un tempo, di una duplice sorte, in quanto ad una natura spirituale e sensazione corporea, onde accoglie piacere e travaglio; e tale elemento misto è appunto la sorgente del turbamento, maggiore in alcuni, minore in altri. Così è che anche tra i Démoni, né più né meno che tra gli uomini, sorgono differenze nella gradazione del bene e del male. »
(Plutarco, Iside e Osiride, 25)
Il Diavolo – Origine del Termine
Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (V secolo d.C.) del termine greco Διάβολος, diábolos, ("calunniatore", "accusatore"; derivato dal greco -διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia "a traverso" bàllo "getto, metto", indi getto, caccio, attraverso, trafiggo, metaforicamente anche calunnio).
Nell'antica Grecia διάβολος era un aggettivo denotante qualcosa, o qualcuno, calunniatore e diffamatorio; fu usato nel III secolo a.C. per tradurre, nella Septuaginta, l'ebraico Śātān("avversario", "colui che si oppone", "accusatore in giudizio", "contraddittore"; reso negli scritti cristiani come Satanas e qui inteso come "avversario, nemico di Dio").
Il termine "demònio" deriva dal latino tardo daemonium traduzione del greco δαιμόνιον, daimónion, (sempre dal greco δαιμόνιος, daimónios, "appartenente agli dèi", "che è in rapporto con un δαίμων", "ammirabile", "sorprendente") e quindi collegato a δαίμων, dáimōn, il cui significato originario in lingua greca è quello di dèmone. Tale termine greco nel Nuovo testamento è presente sia con l'originale senso neutro di 'divinità', che con quello di angelo caduto.
Già nella Septuaginta, e in altre traduzioni dall'ebraico al greco, tale termine occorreva ad indicare l'ebraico  (śe'îrîm: capre selvatiche, →satiri, capre demoni), (siyyim: dimoranti del deserto, bestie selvatiche),  ('elilim: idoli), (šēdîm, shedim: spiriti tutelari, idolo), גָּד (Gad: nome ebreo di un dio della Fortuna) e (yâšûd: devastare, il devastatore). Possiamo notare una crescente connotazione maligna che tocca l’apice nella cultura semitica, quello che prima era da considerare benigno o quantomento neutro (ovvero utilizzato come definizione) diviene negativo.
Come non accostare queste entità malefiche alle caratteristiche disgreganti e distruttive dell’entropia? Colui che divide diviene “colui che disgrega” che divide ciò che è unito. Nel comportamento umano o sociale ad esempio, “colui che divide o si frappone” può essere un malversatore che toglie l’armonia fra due o più persone iniettando il veleno del sospetto e della maldicenza, in natura invece è quel principio disgregante che separa degli elementi prima uniti, come ad esempio nel fenomeno del Termoclastismoche è l’effetto di frantumazione prodotto dagli sbalzi termici: un rialzo di temperatura comporta infatti la dilatazione dei materiali, che si contraggono invece al diminuire della stessa (si ricordi che l’acqua ha un comportamento inverso durante il passaggio di stato liquido - solido).
Questi cicli di dilatazione e compressione tendono ad indebolire la struttura dei materiali fino a comportarne la frantumazione.
Un altro accostamento tra queste “entità spirituali” che si colloca in maniera contradditturia è il Genio.
Nella religione romana, il Genio (lat. Genius, plurale Genii) è uno spirito o, più correttamente, un nume tutelare, considerato come il custode benevolo delle sorti delle famiglie, ma anche dei singoli individui. Nel tentativo di chiarirne la natura ne sono state date definizioni approssimative, come "anima", "principio vitale", "angelo custode". Vediamo quindi come questa “entita” venga accostata concettualmente al Dáimōn che come afferma Socrate “lo assiste spesso in ogni sua decisione”. (vedi sopra) e continuando… Il genius corrisponde al genètlion o daimon dei greci e ad altre figure mitiche di vario tipo, il cui culto era molto diffuso presso i popoli dell'antichità e che hanno sostanzialmente rappresentato le prime forme di quello che oggi è il culto degli angeli.
Ma per confondere ulteriormente le cose, se analizziamo il termine noteremo che Genius deriva da Djinn o Jinn e quella connotazione benevola (o al limite neutrale) si perde per ritrovare la caratteristica maligna di Diabolus, infatti in età preislamica (jāhiliyya) i jinn erano considerati molto potenti, quasi sempre in grado di esprimere una devastante e spesso mortale cattiveria. Gli storici della religione islamica credono che tali entità fossero direttamente ricollegabili all'ostilità dell'ambiente fisico in cui vivevano gli Arabi della Penisola Arabica. Precisando, il termine arabo jinn o jānn, in italiano spesso tradotto come "genio" indica, nella religione preislamica e in quella musulmana, un'entità soprannaturale, intermedia fra mondo angelico e umanità, che ha per lo più carattere maligno.
Come abbiamo potuto constatare, il nome contiene una discordanza di interpretazioni, c’è infatti una parte di studiosi che etimologicamente lo vorrebbe collegare semplicisticamente al termine latino genius mentre altri studiosi concorda invece nel rifarsi alla radice linguistica aramaica che significa "nascondersi, occultarsi". E' da notare inoltre come il termine stesso si avvicini foneticamente a Gehenna, il luogo infuocato immaginato dall'Ebraismo dove le anime cattive sarebbero state purificate. Secondo lo stesso Corano e i trattati di demonologia islamici ai jinn, apparterrebbe Iblis: termine certamente adattato dal greco diàbolos per indicare Satana (che, peraltro, viene chiamato Shaytān).
Si potrebbe azzardare un accostamento inquietante,







Voladores e libero arbitrio




«Perché desideriamo che qualcuno ci guidi quando possiamo fare da soli?»
«Gli sciamani dell’antico Messico scoprirono che abbiamo un compagno che resta con noi per tutta la vita, un predatore che emerge dalle profondità del cosmo e assume il dominio della nostra vita.»
Don Juan Matus
Rispetto a quanto riferito fino ad ora della concezione tolteca, le considerazioni che seguono possono apparire ancora più sconcertanti e possono generare una varietà di reazioni nel lettore: di difesa come il rifiuto o di consapevolezza profonda come angoscia, senso di schifo, paranoia.
Rivolgo per questo al lettore lo stesso invito che il Nagual Carlos fece alla conferenza di Santa Monica, in California, nel 1993 – la sua prima apparizione pubblica dopo decenni di totale anonimato:
«Il mio nome è Carlos Castaneda. Vorrei pregarvi di una cosa. Vi prego di sospendere per oggi il giudizio. Vi prego di aprirvi – anche solo per un’ora – alla possibilità che sto per presentarvi.
Per trent’anni sono stato irreperibile. Non sono solito rivolgermi alla gente e parlare. Ma ora, per un momento, sono qui. È nostro dovere ripagare un debito a coloro che hanno fatto la fatica di mostrarci certe cose. Questo sapere noi lo abbiamo ereditato. Don Juan ci disse che non dobbiamo difenderlo. Vorremmo farvi capire che ci sono opzioni, possibilità insolite che non sono fuori dalla vostra portata.»
Gli antichi stregoni si accorsero per primi che qualcosa non andava per il verso giusto. Essi videro che nei bambini, le emanazioni luminose – tenute insieme da una forza agglutinante nella forma di un uovo – erano anche ricoperte da una patina di straordinario splendore.
Videro che alla crescita del bambino questa patina, anziché svilupparsi anch’essa di conseguenza, diminuiva drammaticamente.
Videro che questo involucro di luce era direttamente correlato alla consapevolezza dell’individuo e lo chiamarono lo splendore della consapevolezza.
La consapevolezza non si sviluppava come sarebbe stato naturale.
Inquietati da questa incongruenza estesero le loro indagini e scoprirono la presenza di esseri oscuri posti direttamente sullo sfondo del campo energetico umano e per questo difficilmente individuabili.

Gli sciamani toltechi scoprirono la presenza di esseri oscuri posti direttamente sullo sfondo del campo energetico umano e per questo difficilmente individuabili.
Gli stregoni videro che questi esseri oscuri si cibavano della lucentezza della consapevolezza di ogni individuo, riducendone sempre di più la patina luminosa.
Le entità oscure sono particolari esseri inorganici, coscienti e molto evoluti e poiché si muovono saltellando o volando come spaventose ombre vampire furono chiamati los voladores, ovvero quelli che volano.
Don Juan: «Sei arrivato, e con le tue sole forze, a ciò che per gli sciamani dell’antico Messico era la questione suprema. Per tutto questo tempo non ho fatto che menare il can per l’aia, insinuando in te l’idea di un qualcosa che ci tiene prigionieri. Ed è davvero così!»
Carlos: «Perché questo predatore ci avrebbe sottomessi nel modo che stai descrivendo, don Juan? Dev’esserci una spiegazione logica.»
Don Juan: «Una spiegazione c’è ed è la più semplice che si possa immaginare. I predatori hanno preso il sopravvento perché siamo il loro cibo, la loro fonte di sostentamento. Ecco perché ci spremono senza pietà. Proprio come noi alleviamo i polli nelle stie…»
I voladores si nutrono solo di un determinato tipo di energia e, come vedremo, noi produciamo molta di quella energia. Questo ci fa essere le prede ideali da mungere quotidianamente.
Il danno energetico che questa azione predatrice ci arreca è immenso. Siamo esseri magici dotati di possibilità infinite condannati a brandelli di consapevolezza: i voladores consumano regolarmente la patina luminosa – che torna a crescere per sua natura – e come impeccabili giardinieri tengono l’erba rasa sempre allo stesso (misero) livello. Gli sciamani vedono che la patina di luminosità rimastaci è una piccola pozzanghera di luce sotto i piedi, che non arriva nemmeno agli alluci.

Questa consapevolezza rimastaci è davvero poca cosa e ci permette giusto di interagire nel mondo quotidiano fissato dalla socializzazione, ma certo non ci dà modo di comprendere la nostra reale situazione o di riconoscere che condividiamo lo stesso destino degli animali che alleviamo.
Come inconsapevoli schiavi ci identifichiamo nei nostri predatori e riproponiamo i loro nefandi comportamenti con la natura in generale inquinando, disboscando, distruggendo e «sfruttiamo noi stessi senza ritegno i nostri animali: li mungiamo, li tosiamo, prendiamo loro le uova e poi li macelliamo o li rendiamo in diversi modi sottomessi e mansueti. Li leghiamo, li mettiamo in gabbia, tagliamo loro le ali, le corna, gli artigli ed i becchi, li ammaestriamo rendendoli dipendenti e gli togliamo poco a poco l’aggressività e l’istinto naturale per la libertà.»
Ci manca l’energia, non possiamo fare altro che specchiarci, nella pozzanghera di consapevolezza, in un limitato e illusorio riflesso di sé, una falsa personalità. «La coscienza delle suole rispecchia la nostra immagine, la nostra superbia e il nostro ego, i quali alla fine non sono altro che la nostra vera gabbia.»
L’esigua pozzanghera di consapevolezza è l’epicentro dell’egocentrismo in cui l’uomo è inconsapevolmente intrappolato.
Ci hanno tolto tutta l’energia, ma ci hanno lasciato proprio quella che ruota intorno all’Ego!
E proprio facendo leva sul nostro egocentrismo i voladores creano fiammate di consapevolezza che poi voracemente consumano.
I predatori alimentano l’avidità, il desiderio smodato, la codardia, l’aggressività, l’importanza personale, la violenza, le emozioni forti, l’autocompiacimento ma anche l’autocommiserazione. Le fiamme energetiche generate da queste qualità “negative” sono il loro cibo prediletto.
I voladores non amano invece la qualità vibrazionale della consapevolezza, dell’amore puro, dell’armonia, dell’equilibrio, della pace, della sobrietà… in una parola aborriscono la qualità energetica della crescita evolutiva, e hanno ogni vantaggio nel boicottare ogni nostro incremento di coscienza.
«La nostra mentalità da schiavi, che nella cultura giudeo-cristiana ci promette consolazione nell’aldilà, non porta alcun vantaggio a noi stessi, bensì ad una forza estranea, che in cambio della nostra energia ci fornisce credenze, fedi e modi di vedere che limitano le nostre possibilità e ci fanno cadere nella dipendenza.»
Secondo don Juan sono stati proprio i voladores a instillarci stupidi sistemi di credenza, le abitudini, le consuetudini sociali, e sono loro a definire le nostre paure, le nostre speranze, sono loro ad alimentare in continuazione e senza ritegno il nostro Ego.

Carlos: «Ma come ci riescono, don Juan? Ci sussurrano queste cose all’orecchio mentre dormiamo?»
Don Juan: «Certamente no. Sarebbe idiota! Sono infinitamente più efficienti e organizzati. Per mantenerci obbedienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stupenda, naturalmente dal punto di vista dello stratega. Orrenda nell’ottica di chi la subisce.
Ci hanno dato la loro mente!
Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente che è la nostra. La mente dei predatori è barocca, contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. Benché tu non abbia mai sofferto la fame, sei ugualmente vittima dell’ansia da cibo e la tua altro non è che l’ansia del predatore, sempre timoroso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che, dopotutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene…
Le nostre meschinità e le nostre contraddizioni sono il risultato di un conflitto trascendentale che affligge tutti noi, ma di cui solo gli sciamani sono dolorosamente e disperatamente consapevoli: si tratta del conflitto delle nostre due menti.
Una è la nostra vera mente, il prodotto delle nostre esperienze di vita, quella che parla di rado perché è stata sconfitta e relegata nell’oscurità. L’altra, quella che usiamo ogni giorno per qualunque attività quotidiana, è una installazione estranea.»
Carlos: «Ma se gli sciamani dell’antico Messico e quelli attuali vedono i predatori, perché non fanno nulla?»
Don Juan: «Non c’è nulla che tu e io possiamo fare se non esercitare l’autodisciplina fino a renderci inaccessibili.
Ma pensi forse di poter convincere i tuoi simili ad affrontare tali rigori? Si metterebbero a ridere e si farebbero beffe di te, e i più aggressivi ti picchierebbero a morte. Non perché non ti credano. Nel profondo di ogni essere umano c’è una consapevolezza ancestrale, viscerale, dell’esistenza dei predatori.»

Gli esseri inorganici. Gli sciamani avevano scoperto che il mondo è una combinazione di due luoghi opposti e complementari, uno è il mondo che conosciamo o mondo degli esseri organici, l’altro è il mondo degli esseri inorganici che hanno consapevolezza ma non organismo, è un mondo gemello che occupa lo stesso spazio del nostro, noi non ci accorgiamo di loro ma loro si accorgono di noi.
Questi esseri non sono mai stati organici eppure hanno una consapevolezza che si evolve al pari della nostra.
Don Juan gli disse che sulla terra c’erano esseri inorganici che vagavano; gli sciamani li vedevano come sottili serpenti verticali o masse opache simili a candele. Essi sono attratti da noi e interagiscono con noi, la loro consapevolezza è lentissima, e gli sciamani li attirano nei sogni. Quando nel sogno il punto di unione si sposta essi ne sono attratti. Attraversando i due varchi del sognare si può attrarli e sentire le loro scariche di energia.
La loro energia si muove a velocità diversa dalla nostra per cui è difficile entrare in contatto con loro, ma si deve farlo senza paura, con un senso di forza e di distacco.
Possiamo avvertirne la presenza anche nel mondo visibile con un soprassalto fisico, una specie di brivido freddo che ci corre d’improvviso nelle ossa o una specie di scarica elettrica.
Nei sogni proviamo un parossismo di paura, ma, se abbiamo paura, queste forme ci inseguono.
Gli sciamani invece sanno unirsi a loro e farne degli alleati, e il segreto è non averne paura. Non si diventa sciamani se si ha paura.
Occorre abbandonare tanto la presunzione quanto la paura. Il viaggio interdimensionale richiede un sottile senso dell’equilibrio.
Gli esseri inorganici possono portare lo sciamano fuori del mondo umano.
Quando Castaneda cessò di avere attacchi di paura e entrò in una gran calma, allora le svolte del sognare arrivarono improvvise. Ed ecco che in un sogno li vide: “erano due figure dall’aspetto insolito, sottili, larghe non più di trenta cm ma lunghe ben più di due metri, incombevano su me come due enormi lombrichi”. Poi, le figure gli apparvero ogni volta che sognava. Don Juan gli disse che lo avevano scelto come amico in un reciproco scambio di consapevolezza e glieli fece incontrare da sveglio.
Lo portò tra le rocce nel deserto di Sonora dicendogli di visualizzare la loro forma, quando Castaneda aprì gli occhi vide due scuri bastoni minacciosi, ne afferrò uno e fu colpito da una scarica elettrica che gli diede la nausea, fu una specie di lotta, poi l’essere scomparve.

Quello che noi chiamiamo Angelo. Angelo vuol dire ‘messaggero’.
Castaneda si faceva molte domande, un giorno una voce dal nulla gli rispose. (Io ebbi una voce diretta per sei mesi che diceva fuori di me, nella stanza, delle brevi frasi a mo’ di epigrafi, con contenuto morale, indicative di come migliorarmi nella mia vita. Lori invece sentiva queste brevi frasi al risveglio, quando era a metà tra sonno e veglia. Laura bionda chiudeva gli occhi e vedeva le frasi scritte su un muro bianco. Donatella sentiva le frasi quando entrava in trance e le scriveva su un foglio, molti messaggi erano in poesia. E si pensi che tutti i libri di rivelazione sacra, La Bibbia come il Corano come i Veda sono in forma poetica).
Don Juan gli disse che cose simili sono normali per uno stregone e che aveva sentito la voce del suo Emissario del Sogno.
Dopo aver attraversato il primo e il secondo Varco i Sognatori cominciano a vedere cose e a sentire una voce. L’Emissario del Sogno è energia aliena che si propone di aiutare il Sognatore, ma non può oltrepassare ciò che il Sognatore sa, anche se ciò dice appare come una rivelazione.
In genere il Sognatore pensa di ricevere dei consigli sacri.
L’Emissario può essere una voce disincarnata o può apparire con una forma visibile, è una forza che viene dal mondo degli esseri inorganici e che i Sognatori incontrano sempre.
Tutto il mondo degli esseri inorganici è sempre pronto a insegnare, essi hanno una consapevolezza più profonda e si sentono obbligati a prenderci sotto le loro ali, “prendono il nostro Sé di base come misura di quello di cui abbiamo bisogno e poi ci insegnano di conseguenza…Ma se questo Sé è di basso livello anche gli insegnamenti sono di basso livello”.
Gli antichi sciamani si appoggiarono molto a questi Emissari, essi rappresentavano un ponte perfetto, erano portati a guidare. Ma Don Juan non li apprezzava perché voleva essere libero nelle sue scelte mentre chi si appoggiava agli Emissari finisce col consultarli per ogni cosa perdendo la propria iniziativa.
Castaneda sentì la voce dell’Emissario che diceva: ”Io ti piaccio perché non trovi nulla di male nell’esplorare tutte le possibilità. Tu miri alla conoscenza e la conoscenza è Potere. Non vuoi rimanertene al sicuro nelle credenze e nelle abitudini del nostro mondo di tutti i giorni”. La voce parlava in californiano, in spagnolo e in portoghese ma Castaneda ne provò nausea.
Quando il punto di unione si spostava, cambiava la forma di energia e avveniva un piccolo cambiamento. Ora questi cambiamenti dovevano essere conservati in una unità coesa, e questo avveniva quando il sogno era molto chiaro.
Don Juan voleva far diventare il punto di unione di Castaneda fluido, diceva che nei bambini esso è sfarfallante e cambia posto con facilità, per questo i bambini sanno e vedono molte più cose degli adulti, ma non ne parlano perché gli adulti non li credono e a poco a poco essi imparano a rimuovere quelle percezioni che non si adattano all’ambiente culturale in cui crescono e si omologano agli altri.
L’abitudine culturale e sociale stabilizza il punto di unione.
Nello stregone questa fissazione viene annullata, egli percepisce cose per cui non ha punti di riferimento.
Il terzo varco del sognare è vedere in sogno qualcuno che dorme e scoprire che siamo noi.
Questo completa il corpo energetico che deve resistere alla tentazione di essere catturato da ogni dettaglio di ciò che vede.
Le storie di stregoneria dicono che gli sciamani antichi riuscirono a modificare le linee delle loro uova luminose, formularono una linea che era mille volte più grande delle dimensioni di un globo energetico normale e percepirono tutti i filamenti luminosi che attraversano quella linea, e dunque riuscirono ad allungare la durata della coscienza, così restarono vivi in qualche mondo che non sappiamo, da cui a volte tornano sulla terra.
Si dice che la sciamana Carol Tiggs, amica di Don Juan, scomparve per dieci anni per ricomparire all’improvviso, stralunata, in una libreria di Santa Monica.
La storia della magia tolteca finisce qui.
Castaneda è morto a 73 anni di tumore al fegato. Nel mondo antico il fegato era l’organo della consapevolezza, l’organo dell’anima, dove Jung poneva l’origine del sognare. Quell’organo che rifletteva l’universo e che antichi popoli, gli Etruschi come i Celti, consultavano nell’arte aruspicina per predire le sorti.
Noi possiamo anche pensare che Castaneda non sia veramente morto ma che si sia spinto in là con la sua consapevolezza e che stia viaggiando attraverso mondi a noi sconosciuti e possiamo pensare che egli possa un giorno misteriosamente ritornare.
Aveva detto a Don Juan: “Io voglio la libertà. La libertà di conservare la mia consapevolezza e anche di scomparire nell’infinito”.


Breve biografia di Carlos Castaneda. Gli undici volumi della sua opera narrano del suo apprendistato durato tredici anni, con lo sciamano don Juan Matus, messicano di etnia yaqui. I suoi lavori subito criticati dall’ambiente antropologico, perché ritenuti non consoni agli standards accademici, riscossero un’eccezionale accoglienza dal pubblico che così venne a contatto per la prima volta con i principi più profondi dello sciamanesimo tolteco.La biografia di Castaneda attualmente disponibile non può avvalersi di dati certi e precisi, perché buona parte della sua vita fu avvolta dal mistero; rare sono state, almeno in un primo momento, le interviste e le foto, e del tutto sporadiche le apparizioni in pubblico. Carlos Arana Castaneda nacque nel 1925 a Cajamarca, in Perù e nel 1951 emigrò a Los Angeles. Si laureò in antropologia alla celebre Università della California di Los Angeles. Nel 1960, mentre era impegnato in una ricerca sul campo intorno alle proprietà di alcune piante psicotrope, conobbe Don Juan. Questo incontro gli avrebbe cambiato la vita. L’iniziale approccio antropologico si trasformò in una vera e propria iniziazione allo sciamanesimo, le cui tappe sono descritte dettagliatamente nel suo primo libro “A scuola dallo stregone-Gli insegnamenti di Don Juan”, che fu accettato dall’Università della California come tesi di laurea e pubblicato nel 1968.

L’apprendistato con Don Juan
Durante i primi cinque anni dell’apprendistato, lo sciamano somministrò a Castaneda diverse piante allucinogene (la Lophophora Williamsii, la Datura inoxia e la Psilocybe mexicana), piante sacre sotto il cui influsso un terribile segreto gli fu rivelato: il mondo, così come lo vediamo, è solo il risultato di ciò che ci hanno insegnato a vedere. E’la prima delle molte sfide in cui Castaneda vedrà messe in gioco le strutture della sua mente, nel conflitto implacabile tra la sua razionalità di uomo occidentale e la percezione del mondo degli stregoni. Nel 1971 Castaneda pubblicò “Una realtà separata”, continuando la trascrizione degli insegnamenti di Don Juan. Anche qui l’uso rituale delle piante allucinogene assume un ruolo fondamentale, ma è la figura di don Juan a campeggiare; la “via con un cuore” che egli prospetta ad un sempre più incredulo Castaneda, risplende del rigore e della limpidezza morale, della straordinaria intensità delle sue azioni. E’ nel terzo libro, Viaggio ad Ixtlan,che vengono precisati e sviluppati alcuni dei concetti chiave della tradizione tolteca. Il racconto delle esperienze sostenute con le piante psicotrope resta di fatto sullo sfondo, e alla cronaca si sovrappone l’analisi delle strutture concettuali del mondo di don Juan. Don Juan stesso confiderà in seguito a Castaneda che l’uso delle piante allucinogene non ha un valore assoluto nel sistema sciamanico; si rende necessario nel caso in cui le strutture razionali dell’apprendista non possono cedere senza ricevere un duro scossone.

E’ per altro innegabile che il successo dei primi tre libri di Castaneda, pubblicati agli inizi degli anni Settanta, nel pieno fiorire della cultura psichedelica, fu dovuto in buona parte ai resoconti dei “viaggi” seguiti dall’ingestione di piante magiche e si trattò, senza dubbio, di una coincidenza fortunata.
Dopo la pubblicazione di Viaggio ad Ixtlan Castaneda interruppe per un lungo periodo i suoi rapporti con Don Juan. Quando li riprese venne catapultato in una nuova fase della sua esperienza iniziatica, in cui gli insegnamenti di don Juan acquistano uno spessore ed una portata del tutto imprevedibili.
L’universo degli sciamani toltechi si rivela finalmente in tutta la sua coerenza e nella sua complessità; don Juan lo trasmette al suo apprendista per mezzo della spiegazione degli stregoni, di cui tonal enagual sono i concetti cardine.
L’isola del tonal è per l’appunto il titolo di questo quarto libro. Al termine dell’opera, al momento della definitiva scomparsa di don Juan, l’accettazione del sistema sciamanico tolteco da parte di Castaneda sarà assoluta e senza incertezze, al punto che l’antropologo accetterà di gettarsi in piena consapevolezza da un abisso, sfidando e vincendo una morte altrimenti inevitabile.
Dopo questo “salto nell’abisso”, l’apprendistato di Castaneda continua fra compagni diversi: quattro donne e quattro uomini che avevano condiviso con lui una parte degli insegnamenti di don Juan. Il secondo anello del potere e la prima metà de Il dono dell’Aquila, i due successivi lavori dello scrittore sudamericano, sono dedicati al resoconto della sua incapacità di assumere il ruolo di leader di questo gruppo. Ma sarà proprio l’interazione con una delle donne-guerriere, la Gorda, a suscitare in lui l’emergere di un imponente flusso di ricordi, che gli sveleranno un’ulteriore, incredibile serie di istruzioni ricevute da don Juan in un particolare stato di consapevolezza, la “seconda attenzione”. Da quel momento in poi, a partire dalla seconda metà de Il dono dell’Aquila, tutte le opere di Castaneda sono dedicate all’assemblaggio di quelle perdute esperienze ed alla ricostruzione del sistema cognitivo degli antichi sciamani toltechi (è questo il caso de Il fuoco dal prodondo e de Il potere del silenzio, rispettivamente settimo ed ottavo libro dell’autore).
Con l’Arte di sognare, posteriore di qualche anno, entrano in scena tre nuovi personaggi: Carol Tiggs, la donna-nagual, Florinda Donner-Grau e Taisha Abelar due giovani apprendiste che accompagneranno l’ultima fase della vita di Castaneda. Saranno autrici a loro volta di testi fondamentali per la comprensione e la definizione dell’universo degli sciamani toltechi, nonché attrici in prima persona di quell’imprevista evoluzione degli insegnamenti castanediani proposta nella penultima fatica dello scrittore peruviano: Tensegrità, un tentativo di mettere le pratiche degli antichi sciamani toltechi a disposizione di tutti.
Il testamento spirituale di Castaneda è affidato a Il lato attivo dell’Infinito, scritto pochi mesi prima della morte. E’ un’opera anomala e struggente, che ripercorre le prime fasi della sua relazione con don Juan, per concludersi simbolicamente nel momento in cui, miracolosamente sopravvissuto al “salto nell’abisso”, Castaneda era rientrato nel mondo della vita di tutti i giorni, non più semplicemente uomo, ma sciamano.

Tonal e Nagual
Tutte le conoscenze trasmesse da Don Juan a Carlos Castaneda appartengono ad un’antichissima tradizione, sviluppata da uomini che vissero secoli prima della colonizzazione spagnola, i Toltechi, i cui sciamani erano depositari di segreti e misteri che li rendevano molto diversi dagli uomini comuni. Si tratta di una tradizione millenaria che ha avuto un’evoluzione travagliata, non priva di momenti di profondissima crisi. L’arrivo dei Conquistadores ne rappresenta l’esempio più eclatante. Gli stregoni toltechi, messi di fronte ad un evento epocale, che aveva quasi spazzato via l’intera civiltà sudamericana, dovettero affrontare un’alternativa senza vie di scampo: adeguarsi o sparire. Una nuova generazione di veggenti (chiamati per l’appunto da don Juan i “nuovi veggenti”) mise in atto allora un profondo rinnovamento, separandoli per sempre dai modi e dalle pratiche dei veggenti delle generazioni precedenti: li tramutò in “esploratori dell’Infinito”, capaci di accrescere fino ai limiti estremi i confini della percezione ed incuranti di esercitare il proprio potere sul resto della razza umana. Don Juan sosteneva di essere l’ultimoNagual di questo nuovo lignaggio.
La prima parte dell’apprendistato di Castaneda culmina nella definizione di questi concetti. Don Juan si serve del tavolino di un ristorante per rendere accessibile al suo allievo laspiegazione degli stregoni, cioè l’essenza del tonal e del nagual. Tutti gli oggetti che stanno sul tavolo, la tovaglia, le posate, i bicchieri, la saliera ecc., rappresentano le cose del mondo così come si presentano alla percezione di un qualunque essere umano. Tutto quello che può essere percepito, pensato o immaginato, dalla più infima particella subatomica, alla totalità delle galassie stesse, trova posto sul tavolino di don Juan, di fronte all’allibito sguardo di Castaneda: è il Tonal, l’effetto finale di una forza smisurata che costringe il mondo ad essere così com’è e come ci appare.
Tutto quello che non può essere pensato dalla nostra mente, e che pur esiste liberamente al di fuori del suo raggio d’azione è il Nagual, un’immensità in parte semplicemente ignota, in parte del tutto irraggiungibile per l’uomo. Qualunque briciola di essa venga afferrata dalla nostra mente si trasforma in uno dei tanti oggetti sopra il tavolo di don Juan, nell’ennesimo elemento che costituisce l’isola del Tonal. Tutto intorno ad essa il Nagual è come un mare senza fine e gli sciamani ne sono i temerari esploratori. L’uomo comune è condannato a vivere una condizione in cui tonal e nagual restano perpetuamente divisi: la nascita ci scaraventa nel mondo del tonal e la morte ce ne separa. Il nagualresta sempre sullo sfondo: se talora udiamo la sua voce è solo un sussurro terribile e spaventoso. Gli sciamani possono percepire l’energia così come fluisce nell’universo, in un’esperienza cognitiva da cui la mente ed il linguaggio sono esclusi (laconoscenza silenziosa).
Alcuni di loro possono mettere i loro apprendisti direttamente in contatto con questa forza senza limiti e vengono chiamati Nagual essi stessi. E’ l’appellativo che spetta di diritto a Juan Matus e a Carlos Castaneda.

Percepire l’energia
Gli sciamani sono “stregoni” non nel senso che usano poteri sovrannaturali o evocano spiriti per mezzo di rituali o incantesimi, bensì in quanto sono percettori dell’Infinito ed hanno superato i limiti del mondo quotidiano, il tonal.
Alla percezione degli sciamani l’universo appare formato da innumerevoli campi di energia che hanno la forma di filamenti luminosi. Sembrano irradiare tutti da una fonte primaria che alla loro visione appare un’Aquila. Questi filamenti, le emanazioni dell’Aquila, possono raccogliersi in grandi fasce, intrecciate fra di loro in tutte le relazioni possibili, o essere racchiusi in una sorta di involucro, di “bozzolo” luminosi, dalle forme più svariate. Ad ognuna di esse corrisponde una delle miriadi di specie che popolano l’universo. Anche gli esseri umani sono composti da innumerevoli campi di energia filiformi, che formano un agglomerato simile ad un “uovo” luminoso. Una piccola parte delle emanazioni dell’Aquila racchiuse in questo bozzolo risulta più intensamente illuminata alla contemplazione dei veggenti: è il “punto d’unione” (o punto di assemblaggio). I campi di energia situati intorno al punto d’unione si allineano ai campi energetici delle grandi fasce di emanazioni circostanti, generando un bagliore più intenso: lo splendore della consapevolezza, cioè il miracolo della percezione. Ma solo una piccola parte delle emanazioni contenute nel bozzolo è impegnata nel processo della percezione, il resto è esclusa dal bagliore del punto d’unione.
Tutte le tecniche insegnate da don Juan a Castaneda avevano lo scopo di “spostare” il suo punto d’unione dalla posizione abituale, vincendone la resistenza naturale e imperativa in tutti gli uomini, impegnati strenuamente a proteggere la “realtà” e la concretezza del mondo. Ma diventare sciamani significa proprio questo: liberare il punto d’unione dalla sua posizione abituale, permettendogli di allineare altri fasci di emanazioni e di aprire così nuovi ambiti di percezione. E’ il secondo anello del potere, a disposizione di tutti gli uomini, ma accessibile ai soli sciamani.
Piccoli spostamenti del punto d’unione avvengono naturalmente nel corso del sonno: nei brevi istanti in cui la percezione si fissa su una posizione inusuale l’uomo sogna. Uno spostamento dello stesso genere permette ad uno stregone di fissare il punto d’unione del suo apprendista in una posizione particolare, chiamata seconda attenzione, contrapposta alla prima, quella della vita di tutti i giorni. In quella posizione si svolgerà una seconda, essenziale, fase dell’insegnamento, che l’apprendista potrà scoprire solo quando sarà in grado di liberare da solo il punto d’unione dalla fissità della posizione abituale.

Il cammino dell’apprendista
Ma come si diventa sciamani? Cosa ha permesso a Castaneda di diventare l’apprendista dello stregone yaqui Juan Matus? Nessuna qualità, né acquisita, né innata. E’ stato l’Intento, la forza indescrivibile ed ineffabile che pervade tutto, a fare la sua scelta e tanto per il giovane antropologo, quanto per il vecchio Nagual è stato impossibile sottrarsi al “segno” inviato dallo Spirito.
Da allora in poi gli insegnamenti si sono svolti su un duplice livello: nella consueta posizione del punto d’unione, la prima attenzione, chiamato anche lato destro, dove lo sciamano deve convincere il suo apprendista che l’apparente concretezza del mondo è un’illusione, ed in una posizione leggermente sfalsata dello stesso punto d’unione, quella della seconda attenzione, olato sinistro(perché alla visione del veggente il punto d’unione è collocato a destra, oppure a sinistra del centro dell’uovo luminoso).
Questa seconda posizione, raggiunta dall’apprendista in virtù dell’intervento ( il “tocco”) del Nagual, può essere sostenuta solo per periodi di breve durata, poi la forza dell’allineamento consueto prevale e tutto torna come prima.
Le istruzioni per il “lato sinistro”, la posizione anomala del punto d’unione, si svolgeranno parallelamente alle altre, ma rimarranno inaccessibili alla memoria di Carlos Castaneda, finchè lui stesso non sarà in grado di spostare il punto d’unione da solo, senza l’intervento di don Juan. Compito dello sciamano è quindi quello di mettere il proprio apprendista in grado di provocare da solo quello spostamento, in modo da poter attingere al patrimonio di esperienze ed informazioni che sono state depositate in lui in uno stato di coscienza alterata. La lunga serie di esperienze e di pratiche, rivolte a modificare in tutto e per tutto la vita dell’apprendista, dovranno culminare drammaticamente nell’atto di saltare consapevolmente da un abisso: solo un volontario spostamento del punto d’unione consente allora all’apprendista di sfuggire alla morte.
Da quel momento in poi la sua vita sarà dedicata a riassemblare la totalità degli insegnamenti ricevuti, in un processo di scoperte e rivelazioni clamorose. Carlos Castaneda scoprirà, per esempio, di aver interagito per anni con persone del seguito di don Juan e di averne perso completamente memoria; si renderà dolorosamente conto di aver addirittura dimenticato la propria controparte energetica, la donna Nagual, Carol Tiggs. Come giocando con una matrioshka, scoprirà di avere un gruppo di apprendisti, essendo a sua volta un Nagual, e poi un altro gruppo ancora, entrambi con la propria indipendente striscia di ricordi.


Le tecniche
Per seguire il sentiero degli stregoni e realizzare la rivoluzione interiore che lo trasformerà in uno sciamano Castaneda deve sconfiggere, come un vero e proprio guerriero una serie di nemici.
In primo luogo la propria “importanza personale”, quella totale identificazione con se stesso che dà ad ogni uomo la convinzione di essere speciale e il diritto di sentirci sempre offeso da qualcuno o da qualcosa, nonché l’illusione di essere immortale.
Al fine di vincere questo nemico il guerriero deve “cancellare la storia personale”, cioè scoprire e disattivare le proprie ossessioni e limitare l’incidenza delle abitudini: riacquisterà così la naturale fluidità, creandosi attorno una nebbia che rende impossibile agli altri, ed in primo luogo alla sua mente stessa, di inchiodarlo ad una visione univoca e statica di sé, fatta di punti di vista ed opinioni definitive e limitanti. Come la cancellazione dell’importanza personale libera il guerriero dall’invadenza del proprio io, così un’altra tecnica straordinaria, il “non fare”, gli permette di sgominare un secondo temibile nemico: l’illusione dell’irreversibile saldezza della realtà. Il mondo ordinario è sostenuto dal “fare”, cioè da una visione coerente della realtà, prodotta dall’ancoraggio del punto d’unione di tutti gli uomini nella medesima posizione; la pratica del “non fare” è incentrata su una multiforme serie di esercizi, tutti tesi a incrinare la nostra assoluta credenza nell’effettiva realtà della visione del mondo costruita dai nostri sensi.
Ma la pratica più importante di tutte è la ricerca sistematica del silenzio interiore. L’interruzione del dialogo interiore, cioè del flusso di pensieri che noi incessantemente rivolgiamo a noi stessi, è una tecnica base in molte discipline spirituali, per esempio in alcuni sistemi di meditazione yogica. Se eliminiamo l’interferenza del dialogo interno, che ci impone di non cercare nulla oltre i limiti delle sue categorie, la nostra ragione è costretta a farsi da parte ed allora molte meraviglie diventano possibili: una cosa semplice come “guardare” può trasformarsi nell’atto magico di “vedere”, cioè nella percezione diretta dell’energia così come fluisce nell’universo. Portare a compimento quest’impresa significa fermare il mondo, cioè interrompere per sempre la coesione e la coerenza della nostra percezione.  Per raggiungere il pieno controllo di qualunque spostamento del punto d’unione sono indispensabili al guerriero altre due pratiche: l’agguato e il sognare. L’agguato sviluppa la capacità del guerriero di mettere sotto osservazione i propri comportamenti e quelli degli altri, in modo da poter gestire se stesso al meglio in ogni situazione; coloro che sono particolarmente portati per questa pratica sono detti cacciatori. Sognatori sono invece chiamati coloro che eccellono nell’arte di sognare (descritta nell’omonimo libro). Questa tecnica si fonda sulla possibilità che i sogni comuni, prodotti dal naturale spostamento del punto d’unione durante il sonno, possano tramutarsi in vere e proprieporte verso altri mondi. Imparare a controllare sistematicamente questi spostamenti mediante particolari tecniche (celebre quella di impartirsi l’ordine di trovare e poi contemplare le proprie mani in sogno) consente di mettere a fuoco l’attenzione ed accrescere la consapevolezza all’interno del sogno stesso, sviluppando altresì il corpo di sogno, una sorta di doppio eterico dell’io stesso, non meno reale e consistente di questo.Il sognare descritto da Castaneda è analogo al sogno lucido studiato dall’odierna parapsicologia e le tecniche proposte presentano notevoli analogie con lo “Yoga del sogno” esposto dal maestro tibetano Namkhai Norbu.
Pietra angolare dell’insegnamento tolteco è infine la tecnica della ricapitolazione, descritta per la prima volta ne Il dono dell’Aquila e portata poi in primo piano nelle opere successive. Ricordando sistematicamente gli eventi, le emozioni, le interazioni e persino le idee e le fantasticherie che costituiscono la trama della vita di ognuno di noi è possibile recuperare l’energia che vi abbiamo profuso e che vi giace intrappolata. Ricapitolare per intero tutta la propria storia personale è molto di più che un semplice esercizio, è una pratica che gli antiche sciamani toltechi vedevano connessa con l’unica possibilità concessa all’uomo (per l’appunto il dono dell’Aquila) di sfuggire ad una morte altrimenti inevitabile ed affacciarsi sul palcoscenico della Libertà Totale.

L’ultima sfida
Alla fine della vita di ogni essere umano l’Aquila reclama la consapevolezza che è stata elargita al momento della nascita. Quando muoiono, infatti, gli esseri umani entrano nell’Ignoto come consapevolezza incorporea che giunta dinanzi al “becco” dell’Aquila viene dissolta e divorata. Gli stregoni, che hanno esplorato l’Ignoto nel corso della loro vita, sviluppando al massimo grado la loro consapevolezza, hanno un’estrema possibilità: presentare all’Aquila il frutto della loro ricapitolazione, una sorta di duplicato della loro consapevolezza. Se questo pedaggio viene pagato l’Aquila permette loro di scivolare oltre e di continuare, senza perdere consapevolezza, il lungo viaggio nell’Infinito. Così, secondo il racconto di Castaneda, lasciarono il mondo don Juan e i guerrieri del suo seguito, permettendo a tutte le emanazioni dei loro bozzoli di allinearsi con le emanazioni esterne e di risplendere all’unisono nello splendore della consapevolezza. E’ il fuoco dal profondo, l’ultimo consapevole atto della vita di uno sciamano, l’epilogo vittorioso di tutte le sue battaglie. La battaglia per gli stregoni però non termina mai. Essi continuano la lotta per la consapevolezza in altri livelli di realtà, dove si può vivere e morire. Gli sciamani viaggiano nell’Infinito e questa terra non è altro che una tappa di questo viaggio. E’ l’universo stesso che consente allo stregone di trasformarsi in pura coscienza: il suo corpo diventa pura energia e, nella nuova forma, lo attendono nuove sfide.